La morte spiegata ai bambini è inutile. 

No, non siamo impazzite, ma la morte è già dentro alla nostra vita, fin da subito. La costruzione sociale che ne deriva, la paura, è tutta un’altra storia. 

I bambini non hanno paura della morte, di per sé stessa, ma sentono il dolore dell’assenza. 

I bambini non hanno bisogno di spiegazioni, hanno bisogno di sentimenti.

In alcuni paesi del mondo la morte è festeggiata (vi ricordate il cartone animato Coco?), celebrata, osannata. Ma nei paesi occidentali no, sembra che sia essenziale nasconderla.

Ed è qui che si crea il primo vero grosso ostacolo: quello sociale. 

Per darvene una prova cercate di osservare o ripensare a una bambina o bambino piccolo, sotto i 3 anni, quando incontra una lucertola morta, una formica schiacciata, un qualsiasi animaletto senza vita. Si intenerisce, si incuriosisce e di solito si avvicina per osservare meglio. 

I bambini sono interessati al funzionamento delle cose, alla biologia, alla fisiologia, a tutto ciò che fa parte del mondo!

Bimbi piccoli

Morti collettive

I morti del Covid, come della guerra, come del terremoto lontano non danno dolore diretto ai bambini. Perché?

Fino agli 11 anni i cuccioli d’uomo non hanno una struttura cognitiva che permetta di avere un pensiero ipotetico e astratto, fanno fatica a comprendere il passare del tempo e le distanze, a tenere in mente la nonna che vive lontana, a capire come mai non possiamo andare subito al parco. 

A questa età i bambini sono scienziati che devono poter toccare il mondo per capire, fare esperienza diretta per imparare.

Ecco perché la morte non li addolora se vista da lontano, ecco perché difficilmente possono comprendere, come noi adulti, un lutto nazionale. 

Difficilmente, si spaventeranno guardando il telegiornale, a meno che la paura sia in noi adulti (e allora sono contaminati dalle nostre emozioni, le loro non hanno a che fare con ciò che vedono ma con ciò che sentono nei genitori). 

Non ostiniamoci a fargli capire cosa sta accadendo col Covid19, è probabile non siano ancora in grado di comprendere. 

Ma, se ci capita di piangere guardando la tv o ascoltando le notizie, condividiamo il nostro stato d’animo, nominiamo la tristezza “sono triste perché vedo tante persone che soffrono”, lasciamo che ci facciano una carezza. Stanno sperimentando una preziosa reazione: l’empatia.

Per loro conta sapere cosa sta succedendo in noi genitori, più che la situazione esterna di per sé.

Morti familiari

È molto diverso, invece, quando un bambino o una bambina perdono una persona cara, un affetto. In questo caso non c’è solo la morte ma la perdita della relazione, degli abbracci, delle abitudini, dell’amore ricevuto. È questo che addolora i bambini. 

Quando la perdita avviene da vicino è fondamentale condividere le emozioni. Non serve nascondersi o evitare di piangere davanti a loro, fare finta che siamo gli stessi di prima, o dire loro “adesso devi essere forte”. No, dobbiamo far sentire accolte le emozioni: “puoi piangere se ti va”, “capisco come ti senti”. 

Il vederci esprimere le emozioni buie come la tristezza, la rabbia, la malinconia, sapere che anche loro possono esprimerle è un apprendimento fondamentale per i bambini e le bambine, insegna loro a dare un nome a ciò che sentono. Li autorizza a provare non solo emozioni positive come la gioia ma anche emozioni più scure come la paura, la tristezza.

Non serve nascondere la morte, il lutto, serve invece parlarne e condividerlo, come qualsiasi altro evento delle nostre vite. E come qualsiasi altra condivisione dei genitori è importante non trasmettere la disperazione. Condividere non significa allagare i figli di angosce adulte, non significa chiedere ai bambini di consolarci, ma far sentire che anche babbo e mamma si emozionano, provano dolore, piangono. 

Durante i primi giorni di una perdita è naturale piangere, non nascondiamoci. 

Non serve spiegare molto, loro capiranno, perché ci sentono. 

Evitiamo metafore che possano interferire producendo idee strane:

È partito per un viaggio. È una metafora che è bene non usare, se è in vacanza quindi potrebbe ritornare? I bambini potrebbero angosciarsi in futuro all’idea del viaggio, se è dove si va da morti.

La morte l’ha portato via. E se qualcun altro viene e mi porta via? È meglio non personificare la morte, non è un essere animato e non porta via, la morte è solo un evento naturale. 

È andato in ospedale ed è morto. No: è andato in ospedale per curarsi ma purtroppo non è bastato. L’ospedale è un luogo che ci cura, non che ci uccide. Altrimenti i bambini penseranno che è meglio avere paura degli ospedali.

Era tanto malata. Troppo generico, rischiamo che appena si ammalano o ci ammaliamo noi genitori si spaventino più del dovuto: meglio specificare la parte del corpo che si era ammalata, che si era rotta, sciupata, il suo cuore non batteva più, la sua pancia non funzionava più bene, il suo cervello non funzionava più.

Si è addormentata. Di nuovo, rischiamo di associare il sonno a qualcosa di pauroso.

Ragazze e ragazzi grandi 

Per i più grandi, dagli 11 anni in poi, la comprensione della morte è più complessa, e chiederanno spiegazioni. Dategliele, con parole semplici ma chiare, con dettagli se li chiedono. Per loro è importante sapere.

Ma anche qui, fondamentale sono le emozioni e la condivisione del lutto, del dolore. Diamo voce al dolore, sempre. 

Anche in questo caso è meglio rispettare le reazioni autentiche dei ragazzi e delle ragazze, qualcuno preferirà chiudersi in se stesso, qualcuno avrà reazioni fisiche molto forti, qualcuno si rifugerà negli amici e le amiche, qualcuno con un fratello o una sorella. Lasciamoli liberi, facendo sentire la nostra presenza calda e disponibile: “se vuoi parlare conta su di me”, “ti ascolto”. 

La migliore frase da usare è quella più semplice: la nonna è morta, lo zio è morto.

E il miglior modo per fare sentire la nostra presenza, il “conta su di me”, in questo momento, è con gli abbracci.

Cosa resta di chi muore?

Al di là delle credenze e delle metafore che vorremo usare (è andato su una stella, è in Paradiso, è in cielo, è tornata alla Terra, etc) è fondamentale lasciare ai nostri figli l’idea di dove sono veramente le persone o gli animali cari che non ci sono più: 

nel nostro cuore, nei nostri ricordi, nei nostri gesti imparati da loro, nei nostri racconti. 

Portare i nostri morti con noi è possibile, facendoli vivere attraverso di noi e i nostri ricordi. 

Se noi genitori saremo disposti ad essere autentici la morte sarà tra noi con rispetto.

Francesca e Sadia Safina

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